Autore: bruno.cover@gmail.com

  • Rilevazioni FCP-Assointernet: l’online perde il 2,3% nel 2016 e chiude a 457 mln

    ADVExpress 03/02/2017

    Dopo il calo dello 0,7% nel 2015, il perimetro delle concessionarie FCP-Assointernet lascia per strada un altro 2,3% nel 2016 chiudendo a 457,7 milioni di euro. Un calo rispetto ai 468,6 milioni dell’anno prima, che conferma quello che sapevamo già: al netto di Facebook e Google, non misurati da FCP-Assointernet, l’offerta perde quote di mercato. Anche online. La tendenza al consolidamento, dunque, prosegue in un contesto in cui gli investimenti complessivi incrementano, ma a una sola cifra grazie agli OTT. Concentrazione e mobile Insomma Facebook e Google, come nel resto del mondo, stanno facendo il vuoto dietro a sé. Soprattutto su mobile dove le concessionarie FCP mostrano segnali di sofferenza: è vero, da una parte è il segmento a maggiore crescita, a +98,6% per una raccolta sul mezzo di 44,11 milioni; ma dall’altra questo valore sembra ancora modesto se si considerano i dati del Politecnico che parlano di un giro d’affari mobile pari a 700 milioni (anche se la metodologia di ricerca non è la medesima, il gap dà l’idea di quanto gli OTT siano dominanti). E c’è ancora un dislivello tra il valore degli investimenti mobile e lo spostamento dell’audience sul mezzo. La concorrenza con latelevisione e la necessità di fare sistema Alla base del risultato a due velocità di internet vi è sicuramente la concorrenza della tv: il piccolo schermo rimane centrale nel nostro Paese e i grandi eventi sportivi come Olimpiadi ed Europei, nonostante il grande seguito online, hanno spinto la raccolta della televisione più che quella dei mezzi digitali, anche grazie a sconti nei prezzi degli spot. Insomma in Italia la tv ha ancora il 50% del mercato e ciò rappresenta inevitabilmente un freno alla spesa sui canali online, dove molti inserzionisti ormai si fidano soprattutto dei dati altamente qualitativi di Facebook e Google. Una soluzione, paventata più volte dagli attori della industry, è quella di creare una sorta di alleanza tra editori, in grado di scalare l’audience e di valorizzarne le informazioni. Ma per adesso esperimenti del genere, vedi Gold 5, non hanno dato i risultati sperati e la forchetta tra OTT ed editoria tradizionale si sta progressivamente allargando.

    Il programmatic Come dichiarato da Giorgio Galantis, presidente di FCP-Assointernet, nel commento che ha accompagnato la nota sulle performance delle concessionarie, pesano anche i fee tecnologici del programmatic: “Nei report dell’Osservatorio FCP-Assointernet i due mesi più importanti per volume di fatturato, novembre e dicembre, chiudono rispettivamente a +1% e -1,2% verso il 2015, determinando una chiusura complessiva del 2016 a 458 milioni di euro e limitando la flessione al -2,3% rispetto all’anno precedente. A tale flessione hanno contribuito due differenti aspetti. Da un lato e in quota parte i costi tecnologici connessi alla crescita della componente programmatic direttamente ‘detratti alla fonte’ dai fatturati delle concessionarie, dall’altro l’impatto di eventi come Europei e Olimpiadi che hanno determinato una diversa allocazione dei budget pubblicitari. Rileviamo infine come nel 2016 il fatturato ‘mobile’ sia raddoppiato rispetto all’anno precedente anche come quota di mercato raggiungendo un’incidenza sul totale investimenti del 10% circa, dal 4,7% al 9,6%”. Editori e piattaforme terze Sarà anche importante vedere la relazione tra editori e piattaforme terze, con tutti i punti di domanda legati alla monetizzazione delle stesse e la perdita del controllo nella gestione del processo di monetizzazione dei contenuti. Secondo Digital Content Next, negli Stati Uniti un editore premium genera mediamente il 14% dei propri ricavi da piattaforme terze. I numeri FCP del 2016 Tornando ai numeri rivelati da FCP-Assointernet nella giornata di ieri, nel 2016 le concessionarie FCP-Assointernet hanno raccolto 458 milioni, di cui 44 milioni, mostrando ancora una volta una centralità del segmento Web, a circa il 90% della spesa totale per un giro d’affari di 407 milioni, in discesa del 7,5% sull’anno prima. Residuale la quota dei Tablet, in crescita a oltre 4 milioni, e Smart Tv/Console, poco più di 1,1 milioni, ma in contrazione del 33,1%. I numeri FCP di dicembre 2016 Dicembre, invece, si è chiuso a -1,2%. Giù Web (-5,1%) e Smart Tv/Console (-28,2%). Trend positivi, invece, per Mobile (+44,9%) e Tablet (+35,6%). In totale, nel mese è stato perso l’1,2% rispetto a dicembre dell’anno prima per un totale di 51,7 milioni. <

  • Analisi PageFair: ad blocking al 17% su desktop e all’1% su mobile in Italia; nel mondo adv bloccata su 615 mln di device

    DailyNet 02/02/2017

    Non si arresta l’ascesa della pratica dell’ad blocking, a +30% nel 2016 su scala globale. A rilevarlo è PageFair, secondo cui l’anno scorso ben 615 milioni di device, di cui 308 milioni da mobile, hanno attivato filtri per bloccare la pubblicità. La simile ripartizione di quote tra desktop e mobile non deve però ingannare: il 94% dei dispositivi mobili equipaggiato con ad blocking è situato in Apac. Non c’è stata invece un’impennata nell’uso dell’ad blocking in Nord America ed Europa: il pericolo, in questo caso, è che le aziende produttrici possano preinstallare software ad blocking sui telefonini, provocando una conseguente accelerazione nell’adozione di sistemi anti-advertising. In Italia la penetrazione dell’ad blocking è al 17% su dekstop e all’1% su mobile. Particolarmente interessante è il motivo principale per cui gli americani intervistati da PageFair decidono di scaricare un ad blocker: non la pubblicità ma per rimanere al sicuro da malware (30%), appena sopra ai formati pubblicitari interruptive (29%). Solo il 14% ha citato i troppi annunci in pagina come motivazione. Insomma è la privacy la ragione per cui si scaricano gli ad blocker e gli scandali emersi in casa Yahoo sui furti di dati sensibili non fanno altro che alimentare una preoccupazione di per sé già concreta. Secondo Johnny Ryan, head of ecosystem di PageFair, la colpa è di tutta l’industry, rea di non aver seriamente preso in considerazione il tema della privacy. A livello socio-demografico, il fenomeno è prevalentemente maschile ed è più comune tra le fasce più giovani della popolazione. Ciò non è una sorpresa, anche se ormai l’ad blocking, spiega PageFair, è una questione trasversale a età e sesso. Insomma, l’ad blocking ha raggiunto un certo livello di maturità. Un altro tema affrontato dal report è relativo alle modalità con cui gli editori hanno provato a combattere il problema e le diverse vie intraprese dal comparto media per convincere gli utenti a disinstallare l’ad blocker o mettere in white list i propri siti. Erigere muri non è una soluzione funzionante. Al 90% degli utenti intervistati è stato chiesto di disattivare l’ad blocker altrimenti l’accesso ai contenuti sarebbe rimasto interdetto. E il 74% di questi ha deciso di chiudere la pagina e andare da un’altra parte: per Ryan, intervistato da Business Insider, non tutti i publisher hanno contenuti esclusivi da giustificare un paywall. Ryan consiglia di aprire un dialogo con il proprio pubblico al fine di individuare le ragioni che dettano l’uso di strumenti per bloccare la pubblicità, e cercare di risolvere il problema offrendo una soluzione. Facebook ha intrapreso un’azione simile l’anno scorso: ha interrogato i suoi utenti e aggiornato i tool di preferenza degli annunci per fornire agli stessi maggiore controllo sulla tipologia di ads da distribuire. Nel redarre l’indagine PageFair ha intervistato 4,626 utenti oltre a utilizzare dati provenienti da StatCounter, Internet Live Stats, eMarketer, e US Census Bureau.

  • Media RCS: un “buon momento” grazie agli investimenti di Urbano Cairo, in attesa di Gramellini e del nuovo Corriere Economia

    DailyMedia 1/02/2017

    RCS è in un “buon momento” grazie agli investimenti messi a disposizione dal nuovo editore Urbano Cairo, che hanno portato una serie di novità e ancora ne porteranno, soprattutto al Corriere della Sera con l’arrivo, il 14 febbraio, di Massimo Gramellini con una rubrica quotidiana e, nei primi quindici giorni di marzo, con il lancio del nuovo Corriere Economia. «Il Corriere sta andando molto bene, siamo i primi per diffusioni in edicola», commenta Raimondo Zanaboni, Direttore Generale Advertising & Communication Solutions di RCS. Aumentato anche l’impatto sulle diffusioni del settimanale Oggi, grazie al riposizionamento dello scorso autunno e agli investimenti sul restyling dell’allegato Cucino. «Il momento è positivo per noi, compatibilmente con le condizioni del mercato di riferimento, e con il rallentamento testimoniato dai dati Nielsen in chiusura 2016», dice ancora Zanaboni, intervenuto al convegno “Newsbrand” organizzato da GroupM con Manzoni, System24, Piemme e RCS ieri a Milano. «La ricerca presentata oggi (ieri, ndr) è importante per ribadire ancora una volta il valore dei brand editoriali in questo momento in cui si parla tanto di fake news. Con tutta la spazzatura che gira, in rete e su tutte le piattaforme, abbiamo l’opportunità di dimostrare che i brand sono fondamentali e certificano la qualità. Infatti, la pubblicità digitale veicolata attraverso brand editoriali genera risultati migliori di quella su siti non accreditati».

  • Mercato Rai Pubblicità: superato l’obiettivo dei 700 milioni di euro nel 2016, raccolta record a quota 25,5 milioni per Sanremo

    DailyMedia 30/01/2017

    Rai Pubblicità festeggia l’inizio d’anno ufficializzando due risultati positivi, il primo dei quali è l’avvenuto superamento di quota 700 milioni di euro per la raccolta 2016, che l’a.d. della concessionaria, Fabrizio Piscopo, si era posto appunto lo scorso anno. Per l’esattezza, la cifra raggiunta è stata di 702 milioni, pari al +6% rispetto ai 663 del 2015 a perimetro disomogeneo. Calcolando invece che, dallo scorso maggio, è venuta a mancare la pubblicità di YoYo, Rai Storia e Rai 5 che, insieme, grazie soprattutto al primo dei tre citati canali, valeva 11 milioni di euro, la crescita è stata del +7,8%. La sola tv, che rappresenta il 90% delle entrate, è cresciuta dell’8,2%, cioè quasi il doppio della stima di chiusura fornita da Nielsen per questo mezzo sempre lo scorso anno. Meglio della media del mercato hanno poi chiuso la radio, a +7,5% e internet, a oltre il +17%, mentre il cinema ha avuto un trend allineato al mezzo, intorno al +4% (al netto della partnership con UCI, che si è conclusa). Anche per questo, la rete dedicata è stata smontata e, del mezzo, da quest’anno, se ne occupa il commerciale della tv. Il secondo è il già raggiunto, nuovo record di raccolta per Sanremo in occasione del Festival che partirà il 7 febbraio, a quota 25,5 milioni di euro. Si tratta di 1,2 milioni in più rispetto all’edizione 2016 che, a sua volta, aveva superato di 400.000 euro quella del 2015 e di 700.000 quella del 2014. Il grafico che pubblichiamo in questa pagina mostra per altro come il trend di incremento della pubblicità per la manifestazione canora sia continuo da anni anche se il vero balzo l’ha compiuto dal 2013. Quest’anno, inoltre – come spiega lo stesso Piscopo nel video visibile in prima pagina di questa edizione del DailyMedia – l’ulteriore aumento del fatturato è stato determinato da vari fattori come l’affiancamento di Maria De Filippi a Carlo Conti (alla sua terza e ultima conduzione della rassegna) e il periodo anticipato di programmazione del Festival, che dovrebbe spingere ancora di più anche per contesti climatici la gente a stare davanti alla tv, senza per altro che Rai1 abbia una particolare concorrenza, per cui l’aspettativa è che venga superata la media del 50% di share. Il fatto inoltre che TIM (che, tra l’altro, dovrebbe lanciare proprio in quell’occasione nuovi episodi del suo nuovo format pubblicitario legato al ballo) abbia preso gli spazi dei tradizionali 4 sponsor, ha liberato più risorse alla concessionaria per seguire altri clienti per la tabellare. Intanto, aspettando la performance del prossimo, per questo mese l’andamento è leggermente positivo, in linea con il target.